sabato 18 luglio 2015

L'anniversario nel calvario di Lucia



Quante volte avrai guardato il mondo attraverso una finestra consumata dalla pioggia. Quante volte avrai pensato alla tua famiglia e ti avrà sorpreso una sorta di orgoglio affettivo. Quando pensi a tuo padre sai di essere ramo dello stesso albero. Sei radice che alimenta e fa germogliare l'albero dell'onestà intellettuale. Hai saputo valorizzare con la tua sensibilità il peso di un cognome ingombrante costruendo legami forti, indissolubili.
Ti immagino una bambina silenziosa divenuta donna conquistando la felicità come un privilegio. E non importa quanto, e quanto a lungo, avrai pianto, accucciata nel buio della tua stanza. In quel momento, nel momento della fine, hai saputo tenere la schiena dritta, e la testa alta ed affrontare così il più grande dei dolori.
In questo periodo d’incertezza economica e di scarsi valori culturali, hai sentito il bisogno di rimarcare l’importanza di un vissuto, rivalutandone le tradizioni, rimarcandone le radici.
Il tuo cuore oggi è sabbia che scivola tra le dita di una politica incapace di trattenere anche il più  fine e prezioso dei granelli. Sei sabbia di un castello tra le mani di una marea  di fango che ti ha inondato di lacrime salate, parole taglienti come frammenti di vetro abbandonati sulla spiaggia. 
Hai conosciuto la differenza tra orgoglio e dignità. Hai imparato quanto stupido possa essere il primo ed irrinunciabile la seconda. E sai che la salute di una società dipende e si giudica dalla qualità degli onesti, come era stato tuo padre, Paolo Borsellino.





Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla.
Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare





E' normale che esista la paura, in ogni uomo,
l'importante è che sia accompagnata dal coraggio.
Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura,
altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.






Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica.
Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno,
ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.





 

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.


E siamo tutti lì ...



E siamo tutti lì, aggrappati ad una zattera senza identità che naviga in un mare in tempesta, aspettando che qualcuno ci salvi mentre anneghiamo nel mare dell’indifferenza di uno Stato che vede barconi e non trafficanti di uomini, che vede profughi e ne ignora i clandestini, che concede nuove identità a persone senza identità. E siamo tutti lì, con le nostre storie appese ad un filo, ma le nostre storie vittime di una guerra senza nome  non appartengono al nostro Stato, perché  lo Stato ci ignora. E intanto quel mare diventa un oceano di lacrime  dove le  zattere non possono più navigare, e come relitti ogni giorno perdiamo una parola, ogni giorno muoiamo nei pensieri annegando nella solitudine di un Stato afono. E quelle zattere non diventeranno mai vascelli su cui salpare e non vedremo mai rive su cui approdare, perché le nostre vite non hanno prezzo, non appartengono a nessuno. E continuiamo ad affondare con quelle zattere invisibili negli abissi della disperazione, su quei fondali senza corone di alloro. Un giorno siamo la madre che si getta da un balcone, un altro siamo il pensionato che si attacca al tubo del gas, un altro siamo il disoccupato disperato che si aggrappa ad un traliccio nell’ultimo gesto estremo, un altro siamo l’artigiano che vede spegnersi giorno dopo giorno davanti a un palazzo chiamato Equitalia, un altro siamo l’imprenditore che si impicca a quella corda tesa dallo Stato. E siamo tutti  lì ad attendere che qualcuno salvi la nostra dignità, la dignità di chi ha lavorato per una vita intera e che sulle mani ha calli come impronte digitali. E vorrei funerali di Stato per ognuno di loro, perché loro sono vittime dello Stato caduti nell’adempimento del loro dovere di uomini onesti.

venerdì 17 luglio 2015

Ho fallito?




Quante volte ci siamo chiesti se abbiamo fallito come donna, come figlia, come madre, come moglie. Quanti fallimenti ci portiamo dentro a volte pesanti come zavorre impedendoci nella vita d’ogni giorno di fare scelte, progetti, programmare un futuro non troppo lontano? Si prova una strana sensazione, quella di portarsi un peso scomodo e un sapore amaro. Poi negli anni, anni che ti portano a ridimensionare le forze, a tenere la mente sempre attiva e curiosa,  capisci che le esperienze vissute come fallimento non erano tali. A vent'anni fino forse alla soglia degli anni della maturità quello che non riesci a realizzare si vive come una sconfitta, ma se li guardi con gli occhi, la testa e l'esperienza d’oggi, se ti volti indietro comprendi che non hai fallito. In amore come nella vita e negli affetti più cari non ci sono fallimenti, ci sono solo mediazioni d'intelligenza e di buon senso, anche se nel momento in cui vivi la lacerazione di una storia in cui avevi investito sogni, progetti ti senti d'aver perso una battaglia, devi sapere di essere sopravvissuta ad una guerra e di aver scelto la vittoria per la vita.