domenica 24 luglio 2016

Letizia Leviti, inno alla vita


Letizia Leviti

L'addio commovente della giornalista, Letizia Leviti.
Le parole d'addio della reporter, morta a 45 anni. Un messaggio alla redazione che è anche un inno alla vita.
«Accidenti. Non avrei voluto. Pensavo di farcela come tante altre volte e invece la vita non la decidiamo noi...». Chiede se è in onda e pronuncia queste parole Letizia Leviti, giornalista di Sky Tg24 morta a 45 anni. È un messaggio di saluto e ringraziamento alla redazione. «È andata così e non tornerò più lì».   Ringrazia però Dio perché dalla vita ha avuto tutto quello che poteva desiderare e anche di più. Per lei, dice, il lavoro è stato fonte di vita e la verità è il primo compito del giornalista. Aggiunge però: «Niente deve dominarci, bisogna essere liberi di amare e saper amare».

martedì 19 luglio 2016

Piume a lustro per l'ipocrisia





Stanno preparando il vestito buono per la festa. Avranno passato la notte a lustrarsi le piume.
Ed oggi, l’uno dopo l’altro, con una faccia che definire di bronzo è un eufemismo, correranno da una parte all’altra della penisola cercando i riflettori della tivù, il microfono dei giornalisti, inondandoci della loro vomitevole retorica  in ogni angolo della rete; loro, tutti loro, gli assassini di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, saranno proprio quelli che ne celebreranno la memoria. Firmandola. Sottoscrivendola.
Faranno a gara per raccontarci come combattere ciò che loro proteggono. Spiegheranno l’immensa eredità di un magistrato coraggioso; loro, proprio loro che ne hanno trafugato il testamento, alterato la firma, prodotto un perdurante falso ideologico che ha consentito ai loro partiti di rinverdire i fasti di un eterno potere. Li vedremo tutti in fila, schierati come i santi.
Ci sarà addirittura chi verserà qualche calda lacrima, a suggello e firma dell’ipocrisia di Stato, di quel trasformismo vigliacco e indomabile che ha costruito nei decenni la mala pianta del cinismo e dell’indifferenza, l’humus naturale dal quale tutte le mafie attive traggono i profitti delle loro azioni criminali.
Oggi, uccideranno ancora Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta.
Oggi, uccideranno ancora Paolo Borsellino e la sua scorta.
E io non voglio farne parte.
Seguitano a ucciderlo, ogni giorno, nella società civile e in parlamento. 

Per questo vogliono museizzarlo, trasformandolo in una specie di santino da usare ad ogni buona occasione. Perché sono proprio loro gli eterni assassini, questa è la verità, altrimenti non ci ritroveremmo, più di venti anni dopo, nella stessa identica situazione di allora.
Oggi, vestiti a festa, faranno a gara a chi lo commemora e piange di più.
Tutti i funzionari pubblici della Repubblica, anche quelli del più piccolo e povero comune, tutti quelli che hanno preso tangenti privilegiando l’interesse personale a quello del bene pubblico, sono quelli che seguitano ogni giorno ad assassinare Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta.
Quelli che hanno reso vana e vacua la loro morte.
Non voglio vedere le loro facce ipocrite.
Sono decine di milioni gli assassini. Perché la mafia non è una persona, non è una cosa astratta.
La mafia è un’idea dell’esistenza. La mafia è una interpretazione della vita.
L’intera classe politica di questo Paese, intellettuale, mediatica, imprenditoriale, partecipò al processo di delegittimazione di Giovanni Falcone isolandolo, diffamandolo, e voltandosi dall’altra parte quando sapevano che stavano arrivando i killer.
Così come fecero poi con Paolo Borsellino e con tutti coloro che ebbero l’ardire di armarsi di coraggio e combattere contro la mafia attiva.
Le stesse persone che allora scelsero di non guardare, oggi sono in prima fila a commemorarne la scomparsa. Sono tutti loro i veri assassini.
Io non li voglio né vedere né ascoltare.

venerdì 15 luglio 2016

JE SUIS le MONDE



Je suis Charlie.
Je suis Paris.
Je suis Orlando.
Je suis Bruxelles
Je suis Istanbul.
Je suis Nice.
Je suis Ankara
Je suis Bagdad.
Je suis Beirut.
Je suis Tel Aviv.
Je suis Dacca.
Je suis Garissa.
Je suis Sousse
....

mercoledì 6 luglio 2016

Politica e vecchi merletti



Ad ogni passaggio elettorale ciò che emerge è la distanza che separa le istituzioni dalla gente. Che sono la pelle e i muscoli, di quelle istituzioni. Il cuore.
Voltiamo le spalle. Perché non crediamo più in ciò che promettono, stancamente, da ormai troppo tempo. Peggio, non comprendiamo ciò che dicono. La nostra democrazia tradita è diventata un dialogo tra sordomuti, che non hanno il coraggio, l’umiltà, la voglia, di guardarsi in faccia.
Perché quel popolo di invisibili sempre più visibile non è, per l’appunto, una sola voce e un volto solo. E’ la somma inestricabile di tante singole debolezze e solitudini. E’ la storia di donne e di uomini che sono così stanchi delle parole d’ordine violente e infantili di questa politica che, semplicemente, staccano la spina. Togliendo corrente alla democrazia. A tutto vantaggio, in un cortocircuito logico, di quelle fonti fossili tossiche che hanno così campo libero per inquinare la scena pubblica.
Sono vigliacchi, a volte disonesti, più banalmente pigri. Indaffarati ad alzar la voce nascondendosi di volta in volta dietro il paravento di punti percentuali che si gonfiano con l’inganno a seconda di come vengono letti. Nel paese dei punti di vista dove tutto, e il suo contrario, diventa possibile. E a forza di denigrare la credibilità hanno dilapidato un patrimonio che credevano inesauribile di identità e appartenenza, oggi ridotto al nulla.
Ci sono loro che fanno politica e c’è chi vive di politica. Lecitamente o meno. E poi ci siamo noi, quel pezzo d’Italia sempre più ampio che con la politica non intende aver più niente a che fare. Perché non la capisce, non ne riconosce il senso e l’utilità. L’autorità. Ci sono pezzi d’Italia che ce la fanno da soli o che pur arrancando preferiscono comunque starsene altrove a dispetto di chi intorno semina un campo pieno di erbacce e parassiti, un modello di sviluppo ignobile che castra il dialogo e affligge il confronto. Pare che il senso ultimo delle cose sia quello di farcela sullo sfacelo altrui. Vincere, anzi, stravincere, umiliando il prossimo in un gioco al massacro che poi travolge sempre gli ultimi, guarda caso. Che a forza di tagli alle risorse e inefficienze di varia natura non hanno più una scialuppa di welfare state a cui aggrapparsi.
Dentro a quel mondo, dentro a quei mondi, dovremmo allora avere il coraggio e la forza di andare. Perché il paese non lo si cambia nello studio di Bruno Vespa o nelle stanze ovattate di un potere ormai sterile. Non lo si cambia nemmeno godendo delle sconfitte del partito avverso. Sembrano bambini  un po’ isterici e molto viziati, che trascinano il tempo a guardarsi l’ombelico e a litigarsi l’ultimo modello di robot multitasking.
E allora è là che dovreste andare. Uscire dal palazzo, dalle vostre stanze e dalle vostre logiche, e ricominciare altrove. Restituire un senso alla politica ed una dignità fondata sulle azioni concrete. Non più promesse, slogan, propaganda. Ma cose da fare e persone con cui parlare. Alleggerire, se ne sarete capaci, il peso di vite insostenibili, diventando al contempo megafoni di esperienze di successo.
Perché non esiste un partito dell’astensione che dovete rappresentare, ma una montagna di gente che bisogna far uscire dall’ombra. La domanda non è chiedersi cosa possiamo fare per noi. Ma cosa noi, e loro, potete fare insieme per cambiare questo paese che sta andando a rotoli. Dove si sbriciolano i diritti e si sgretola il futuro. Perché ci sia un’altra opportunità. Perché c’è sempre un’altra occasione.

Torni subito a bordo!



Gregorio De Falco




Il capitano del "Torni a bordo..." rimosso dal settore operativo della Capitaneria: "Sto pagando per tutto quello che ho fatto la notte della Concordia". Tanti colleghi hanno avuto ruoli di comando, io no. Non mi lamento ma trasferirmi è troppo


"Sono amareggiato e sto riflettendo su molte cose, comprese le stellette che porto addosso". Stacca le parole, le intervalla ai silenzi, il capitano Gregorio De Falco, l'eroe della notte della Concordia, quello che ordinò a Francesco Schettino. Lo stesso che dalla sala operativa della capitaneria di Livorno sospettò prima di tutti gli altri, assieme al collega Alberto Tosi, che il black out a bordo della grande nave da crociera fuori rotta, fosse una colossale bugia.

Il capitano di fregata è stato informato ieri che dovrà lasciare il settore operativo della Capitaneria di Livorno: a fine settembre infatti sarà trasferito in altri uffici, sempre della Direzione marittima di Livorno. Uffici amministrativi. Lui non ci sta e sta meditando in queste ore anche di abbandonare la divisa.

Cosa è accaduto?
"Il comandante Faraone mi ha chiamato nel suo ufficio per comunicarmi che devo lasciare il servizio operazioni perché vengo destinato a un ufficio di carattere amministrativo".

È stato lei a chiederlo?
"No di certo, da dieci anni la mia ragione professionale è nel settore operativo, credo di aver maturato lì una professionalità... ma sono un militare".

Quindi obbedirà?

"Il 28 settembre mi presenterò al nuovo ufficio che deve ancora probabilmente essere individuato dal comando. Sono molto amareggiato, sto riflettendo su tante cose...".

Anche di lasciare la divisa?
"Sono molto turbato. Questo cambio di incarico non mi era neppure stato prospettato".

Schettino va in cattedra alla Sapeinza, rilascia interviste, si fa fotografare sui rotocalchi, lei invece...
"Io no". Silenzio.

Schettino in vetrina, lei levato dal servizio operativo. Qualcosa penserà di questo?
"Mi fa riflettere sulla circostanza che questo Paese è storto, privo di riferimenti corretti in cui le persone rispondano per il ruolo e la responsabilità che hanno".

Pensa che ci sia un collegamento fra il suo spostamento di incarico e quello che accadde la notte di Concordia?
"Penso di sì, mi sono fatto questa idea: che ci possa essere un collegamento col lavoro che ho fatto per il soccorso e forse nelle indagini".

In che senso?

"Preferisco non rispondere".

Le hanno rimproverato un'esposizione mediatica o qualcos'altro?
"Formalmente nessuno mi ha rimproverato mai niente".

Eppure...

"Eppure queste conseguenze non sono coerenti con i riconoscimenti formali. Lo Stato su di me ha speso soldi per formarmi come responsabile del soccorso marittimo, responsabilità di cui mi sono fatto carico anche quando non mi competeva, come per esempio nella notte di Concordia".

Può spiegare perché non le competeva?
"Ero a capo dell'unità costiera di guardia a Livorno che ha un ambito geografico coincidente con le acque antistanti la provincia. Il naufragio avvenne a Grosseto e io sono stato chiamato dalla sala operativa della direzione marittima regionale: ho risposto subito salendo in sala e assumendo ogni decisione operativa".

Ripensando al 13 gennaio 2012 ha qualcosa da rimproverarsi?

"Proprio niente. Le faccio un esempio: al comandante della guardia costiera americana, chiesero se gli Stati Uniti fossero pronti a intervenire in caso di evacuazione di navi molto grandi e lui rispose che avevano fatto 37 esercitazioni, quando gli chiesero se avesse avuto qualcosa da suggerire alla guardia costiera italiana, disse: nulla, tutto era stato fatto correttamente".

Ad un certo punto è sembrato che lei stesse per scendere in politica...
"Lo scrisse un giornale, io non fui contattato. Era lontano da me. Ma sto cercando di valutare tante cose per capire se ci possano essere relazioni tra i fatti e le conseguenze di oggi".

Comandante, a lei nemmeno una promozione.
"Non era nel profilo di carriera, mi dovevano valutare quest'anno semmai. Il punto non è la promozione...".

Quale è il punto?
"Per esempio il fatto che un anno fa non fui destinato ad alcun incarico di comando come invece è successo a tutti gli altri miei colleghi. Io non mi sono lamentato, ma ora il trasferimento è un'altra cosa".

Chi sono i suoi nemici?
"Non ho nemici. Probabilmente c'è qualcuno che non vede il servizio come lo vedo io. Mi viene in mente un'espressione di Zagrebelsky, "l'eterogenesi dei sì", camminiamo nella stessa direzione, ma ciascuno ha finalità differenti. Quella notte io la ricordo bene, non sapevamo nemmeno esattamente quante persone ci fossero sulla nave e i vertici di Costa alla domanda di un giornalista tre giorni dopo il naufragio su quante persone fossero sulla Concordia risposero di chiedere alla Protezione civile... il filmato è su youtube, tutti lo possono vedere. Quando ho fatto scendere le persone dalla biscaggina, ordinai di mettere sotto le zattere gonfiabili e in questo modo salvammo due bambini che caddero dalla scaletta".

Comandante torniamo alle indagini.
"Preferisco di no. Le posso dire soltanto che nei giorni immediatamente successivi mi chiamò il procuratore capo di Grosseto e io ebbi difficoltà a distaccarmi dal mio comando per raggiungere la procura perché mancava un atto di richiesta formale... ma non so se c'è una relazione... Forse no, farò i miei accertamenti".

Se
lasciasse la divisa ha pensato a cosa farà?
"Se dovessi lasciare sarebbe una brutta, brutta giornata".

Però a quel punto potrebbe accettare un incarico dalla politica se arrivasse...
"Io sono un militare".