
Quindici
anni fa in questo stesso istante stavo per uscire da una asettica sala
operatoria.
Il mio cancro venne a trovarmi una sera di
dicembre mentre tutti erano pronti ad addobbare alberi natalizi e ad allestire
presepi, fu il mio inatteso “regalo” di Natale.
Io e il cancro siamo stati compagni
inseparabili, penso uno dei compagni più fedeli che la vita ti metta al tuo
fianco.
Insieme abbiamo mangiato, dormito, lui mi
osservava mentre baciavo i miei figli, li accompagnavo a scuola, lavoravo, mentre piangevo disperata, mentre
andavo al mare. Sì, andavo al mare perché lui, l'intruso, non avrebbe voluto,
ma io “trucco e parrucco” non mi arrendevo, ero più forte di lui.
Dopo dieci anni le nostre strade si divisero, la
medicina aveva proclamato la sua sconfitta, vivevamo come due separati in casa.
Io ero consapevole della sua esistenza e lui della mia, ma ci ignoravamo come
due amanti ormai al capolinea.
Mi aveva lasciato cicatrici profonde nel corpo e
nell’anima, non avrei mai potuto dimenticarlo del tutto.
Lui mi aveva vista piangere, esultare, soffocare
dal dolore. Mi accompagnava come un amico fedele a tutti follow up, insieme
ascoltavamo i responsi dei medici, insieme leggevamo i referti. Sentiva che il
ticchettio del mio cuore si faceva sempre più pressante, ma non gli interessava
nulla, sapeva che non l’avrei potuto abbandonare.
Dopo dieci anni di separazione
"consensuale", e a tre anni di distanza dalla proclamata guarigione,
in un pomeriggio di giugno tornò ancora più spietato di prima, come quegli amanti
che non si rassegnano ad una separazione.
Venne a cercarmi un giorno in cui il cielo si
dipingeva dei colori della bandiera italiana. Lo riconobbi subito, aveva le
stesse sembianze. Mi sorrise con quel ghigno che solo una iena sa fare, lo
guardai, piansi, ma non mi arresi.
Lo sfidai con le armi che la medicina mi offriva,
non gli mostrai mai il mio strazio, speravo che anche stavolta avrebbe avuto
pietà di me, che mi avrebbe regalato ancora qualche giorno in più da vivere.
Come la prima volta volle infliggere sul mio corpo
l’ennesima cicatrice, sembrava un amante geloso che affonda il coltello per
ferirti, ti lascia agonizzante, ma non ti uccide. Come in un macabro rituale.
Rientrò nella mia vita sfidandomi, ma non cedetti
alle sue lusinghe, lo affrontai a muso duro e lo annientai con i mezzi che la
medicina mi offriva.
Nel "mio" Day Hospital Oncologico dove
continuo a fare il miei follow-up, mi dicono che sono simpatica, che
sdrammatizzo sempre... sinceramente non mi spaventa la morte, perché ho
imparato a conoscerla tanti anni fa e mi sembra così umana da non farmi più
paura.
Ogni volta che sono triste ripenso a quei giorni e
i pensieri sembrano diradarsi, divenire meno cupi. Questa esperienza mi ha
lasciato un grande insegnamento, che la vita è unica ed irripetibile e abbiamo
il dovere di viverla sino in fondo non dando mai nulla per scontato!